Oggi - domenica, giorno del signore - la biblioteca restava aperta. Con un orario intelligentissimo: dalle 16 alle 19:30, tre ore e trenta minuti.
Il treno che prendo all'andata è un intercity. Faccio il supplemento in biglietteria: 3.20 €. Ovviamente arriva ad *** in ritardo di 15 minuti, arrivo in biblioteca alle 16.30, le ore di lavoro si riducono a tre.
Al ritorno non faccio in tempo a pagare il supplemento in biglietteria. Poco male, mi dico, spendo un euro in più e lo faccio a bordo. Sulla banchina c'è il capotreno, così prima ancora di salire a bordo gli dico del supplemento. Sorpresa! Pare che le tariffe siano aumentate e devo pagare, incredula, UNDICI EURO E VENTI di supplemento (3.20+8!!! per il fatto che lo faccio a bordo). A nulla valgono le rimostranze, l'incazzatura e il turpiloquio: ovviamente vince lui. Io ormai sono in preda alla sindrome di Tourette e inanello cazzo e merda e vaffanculo, lui mi consiglia di darmi una calmata. Non so se esista il reato di oltraggio a pubblico capotreno ma vabbe', diciamo che mi calmo.
"Lei comunque è molto simpatica, sa?" mi saluta lui, alla fine.
"Ma vaffanculo te, tua madre e trenitalia", rispondo io.
Nella mia testa.
Il treno arriva a Torino con dieci minuti di ritardo.
Due conti: sono uscita di casa alle 14 e sono rientrata alle 21.40, cioè quasi otto ore dopo, delle quali solo tre di lavoro effettivo.
Guadagno, netti, 6 euro l'ora, quindi ho guadagnato 18 euro.
Ho speso 14.40 euro di supplementi.
18 meno 14.40 fa 3 euro e 60 centesimi guadagnati.
In biblioteca, oggi, abbiamo avuto 12 (dodici) utenti, due dei quali, ragazzini, hanno rotto l'ascensore.
Gran giornata.
Il Comansardante, prima di uscire per andare al lavoro, mi ha detto: "Metti lo scurino?".
Metti lo scurino è una frase che ha ereditato da me e dalla mia famiglia, proprietari del copyright del termine nonché del primo e utentico scurino della storia.
Lo scurino nella storia.
Nella camera da letto della casa in montagna dei miei il soffitto è molto basso e c'è una di quelle plafoniere tonde, fatte un po' come un tomino capovolto. Nelle sere d'estate di tanti anni fa, al momento di andare a letto, tutti e quattro sotto le coperte (i miei nel lettone, mia sorella ed io nel letto a castello a fianco), col mattone scaldato nella stufa e avvolto in un asciugamano ben ficcato in fondo ai rispettivi giacigli per scaldarli e asciugare l'umidiccio, mia madre chiedeva "Metto lo scurino?". Ricevuto un assonnato assenso si alzava in piedi sul letto, controllava che non ci fossero ragni in giro e fissava un paio di calzoncini da bambino, blu a fiorellini rossi, attorno alla plafoniera con due mollette da bucato. Ecco lo scurino. Se di notte qualcuno si svegliava per motivi igienici e doveva accendere la luce, questa si spandeva smorzata dalla stoffa e non disturbava tutti quanti.
La luce azzurra dello scurino era altresì la luce delle chiacchiere fino a notte fonda, le chiacchiere da gineceo che facevamo quando mio padre e gli altri uomini stavano a giocare a bocce e asciugare pintoni di vino fino a tardi. Da lontano ci arrivavano i rumori delle bocciate e i diofa nell'aria estiva piena di moschini e lucciole, e noi, sul lettone, parlavamo. O meglio, mia madre e mia sorella parlavano delle loro cose da grandi e io ascoltavo, un po' capendo e un po' no, circondata dai topolino, lottando per non addormentarmi.
Il proprietario originale dello scurino era il nipote della nostra vicina di casa, nonché fratello minore del miglior amico di mia sorella, nonché cugino primo della mia migliore amica d'infanzia. Ora ha trentacinque anni, si è sposato ed è diventato calvo, suo fratello è morto dieci anni fa in un incidente di montagna e sua cugina fa il medico e non la vedo dal giorno del funerale, ma i suoi pantaloncini sono sempre lì e mia madre continua a legarli alla plafoniera ogni sera d'estate.
Lo scurino oggi.
Il nostro scurino, del Comansardante e mio, è un panno blu che serve a schermare la luce del mattino in mancanza di tapparelle o avvolgibili. Non ha una storia così poetica ma almeno ha un nome piuttosto ricco di suggestioni, e metterlo su ha un valore quasi rituale, anche se rischio sempre di cascare sullo stendino per i panni.
Quando ero utente delle biblioteche civiche torinesi totalizzavo ritardi da record olimpionico nella restituzione dei volumi: una volta ho raggiunto i novanta giorni e la bibliotecaria non mi ha sputato solo perché da dietro il bancone non ci arrivava. Io mi sono chiesta come mai si scaldasse così per un po' di ritardo e me ne sono ita, appena un po' vergognosa, prendendo nota mentale di non farmi rivedere per un paio di mesi.
Ora che sto dall'altra parte della smagnetizzatrice i ritardi altrui mi danno un fastidio porco e non lesino sui cazziatoni, in beata incoerenza. Oggi ho sgridato un distinto signore per tre giorni di ritardo. Insomma, inacidisco a vista d'occhio.
C'è però un caso che mi sembra degno di nota: un utente, con graziosa figloiletta duenne al seguito, venne in maggio a iscriversi e prendere tre libri. Da allora non s'è più visto. La polizia segreta della biblioteca è partita alla sua ricerca durante l'estate e ha incontrato difficoltà di varia natura: telefoni che suonavano a vuoto e lettere rispedite al mittente. Alla fine un messo comunale è andato a bussargli alla porta con una letterina, il cui contenuto è riassumibile in "Dove cazzo sono i nostri libri?". Ha aperto la padrona dell'appartamento, una donna che mi immagino in grembiule, ciabatte ed esaurimento nervoso. La signora esasperata ha spiegato che l'utente e la figliola erano spariti un paio di mesi prima, nella notte, lasciando l'affitto e le bollette da pagare e portandosi via le chiavi. Da allora l'uomo risultava irreperibile.
La storia ha colpito la mia immaginazione e mi sono chiesta quali libri ci avesse sottratto, probabilmente per sempre. Un rapido controllo ed eccoli:
Un volume della Pimpa,
un volume di Giulio Coniglio,
un libro di puericoltura intitolato "Nuovi papà... bravi papà".
Mi chiedo in quale capitolo parlasse dell'importanza educativa delle fughe nella notte per non pagare i conti, ma non potrò mai scoprirlo. Peccato.
Leggo sul blog di Bostoniano la proposta di elencare le cinque schifezze più schifezze che mangiavamo da piccoli.
Quando si tratta di farsi figure di merda pubbliche io non mi tiro mai indietro, per cui mi accodo e vado ad elencare:
5) Qualunque cosa surgelata e poi fritta (sofficini, bastoncini findus, mozzarelle impanate...): a casa mia, vuoi perché i miei avevano l'orto, vuoi perché mia madre è casalinga e ha sempre cucinato, erano una rarità. Per cui, ovviamente, quando arrivavano in tavola per me era una festa;
4) Le merendine confezionate. Stesso discorso: mia madre faceva la torta o i biscotti la domenica e si mangiavano tutta la settimana, e proprio per questo la girella motta diventava la delizia proibita, l'eden del palato;
3) I salumi. Dopo quindici anni da vegetariana, mi capita di salivare come un lama quando vedo il prosciutto crudo o il cotechino. Non li tocco, sia chiaro, ma soffro (no, non mi capita con la bistecca nè con nient'altro);
2) Durante un memorabile pic-nic nel prato dietro casa con la mia amica Elena mangiammo involtini di salame cotto e nutella, e devo dire che mi parvero buoni;
1) Confesso pubblicamente di aver mangiato un cucchiaino della pappa della mia gatta buonanima perché, be', se a lei piaceva tanto ci doveva essere un motivo. Per la cronaca era Sheba al maiale e anatra e si, lo confesso, Padre, mi è piaciuto.
E adesso schifatemi voi.
Se ci riuscite.
Cibi e bevande
L'anno scorso siamo andati in Andalusia: ho mangiato per dieci giorni uova, insalata e queso manchego, che è un formaggio molto buono se ne mangi un triangolino ma farci cena è stomacante.
Per fortuna la Spagna non è tutta uguale. Barcellona offre molto anche ai vegetariani. Mi spiace solo che il Comansardante abbia potuto approfittare poco dei tanti posti dove cucinavano pesce solo pesce tutto pesce. Siamo andati una sola volta in uno di questi posti, El rey de la gamba: lui si è ingozzato di chili di cozze, io di pane e patatine fritte. Il cameriere mi guardava come se fossi una cosa schifosa rimasta appiccicata alla tovaglia e le aragoste vive agitavano le chele imprigionate nell'attesa dell'esecuzione, e non abbiamo ripetuto l'esperienza (la sangria però era vegetariana, e ne ho scolata quanta riuscivo).
Lui ha ricambiato il favore e siamo andati a mangiare al Juicy Jones, un ristorante vegano con pareti psichedeliche e un cameriere che sembrava Buster Keaton. Non so se fosse una recita a beneficio degli avventori o lui fosse proprio così, ma si aggirava tra i tavoli con un'aria talmente smarrita da essere irresistibilmente comico. Il gazpacho era buono ma pieno d'aglio, il piatto vegano-tipo-indiano ottimo e abbondante ma paurosamente speziato. Notte agitata e rutti da sverniciare i mobili. Il Comansardante ha mangiato la soia e l'ha scambiata per carne, un momento di gloria che ricorderò.

Altri luoghi memorabili dove mangiare:
- il caffè del museo dell'abbigliamento, menù a 11 euro, dove ho mangiato quei dolmas che rimpiango ogni giorno e la lasgna vegetariana e il cous-cous. Lo consiglio a chiunque passi da quelle parti, perchè la cucina è buona, i camerieri simpatici e il posto proprio bello:

- la boqueria, che è un mercato coperto, coloratissimo, vivace, dove c'è un take-away di cibi vegetariani spettacolare. Il tipo che serve la clientela è uno showman notevole coi nervi d'acciaio, che gestisce senza perdere il filo e la pazienza una coda disordinata e poliglotta, riuscendo a preparare tre piatti alla volta, ritirare i soldi, dare il resto e parlare a raffica in svariate lingue. Lo slogan del posto? Organic is orgasmic! E perdio, c'han ragione.

Alla boqueria un sacco di banchi vendono anche bicchieroni di succhi freschi di frutta - qualunque frutta vi venga in mente, e anche quella a cui non pensereste proprio. Avendocelo a tre passi dall'albergo era fantastico farci colazione.

- il Cafè Viena, sulla Rambla, dove, secondo il New York Times, c'è il miglior panino del mondo. No, non l'ho mangiato perché è al prosciutto, ma quello alle verdure non è male affatto, la birra è buona e la cameriera sembra Frances McDormand.
- un posto a Gràcia dove fanno le crepe al dulce de leche con la panna montata. Abbiamo gravato la stracolma valigia di un barattolo della cremosa sostanza e abbiamo replicato a casa: una meraviglia.
E poi tapas tapas tapas: patatas bravas (patate al forno piccanti), cuori di carciofo, formaggio cabrales (una specie di gorgonzola andata a male), pane e pomodoro, e per il comandardante chorizo e prosciutti vari.
E da bere? Birra soprattutto, per ritemprarsi dopo un paio d'ore di museo, birra dopo la spiaggia, birra in albergo, birre serali vagando qua e là, insomma due alcolizzati. Se c'era preferivamo la Voll Damm alla sciapa San Miguel. E poi sangria a litri, qualche cuba fatto bene, un mojto proprio buono e la cava, uno spumante autoctono non male. Il tutto con trenta gradi fissi, e non c'è da stupirsi che abbia ricordi un po' allucinati.
Siccome il comansardante fa la notte e io mi sento sola senza i suoi rantoli nasali e non riesco a dormire, vi racconto come si fa l'hummus. O meglio, come faccio l'hummus. O meglio, come l'ho fatto le due volte che l'ho fatto - due volte in una settimana, perché a Barcellona ho mangiato un hummus buonissimo e ho deciso di autoprodurmelo. Si fa in fretta e mi risparmio la fatica di andare dal kebabbaro.
Allora, prendete un barattolo di ceci, apritelo e si fate sgocciolare quasi tutta l'acquetta nel lavandino, sopra i piatti sporchi che stanno lì dall'altroieri.
Versate i ceci in un contenitore alto e stretto - va bene il bicchiere graduato. Aggiungete uno spicchio d'aglio tagliato a fettine fini fini, un cucchiaio o due di crema di sesamo, un po' d'olio, sale, succo di limone a occhio e se volete un po' di paprika.
Prendete il frullatore a immersione e infilate la spina nella presa (mi dilungo per far sembrare la cosa più complessa di quel che è, per vanagloria). Accendetelo premendo l'apposito tasto e immergetelo nel pastone. Farà un rumore molto soddisfacente di spappolamento. Continuate a frullare fino ad ottenere una poltiglia beige.
Assaggiate senza timore la poltiglia. Se manca di sale o limone o che ne so aggiungeteli.
Avete fatto l'hummus. (Applausi)
Ora dovete servirlo per bene, ossia scucchiaiandolo in mezzo a un piatto, versandoci sopra un filo d'olio, spruzzandolo di paprika e tempestandolo di semini di sesamo. Sul bordo del piatto metteteci i crostini di pane, magari caldi. Credo che nessuna legge vieti di spalmarlo anche sulle verdure. A Barcellona l'ho mangiato con i dolmas, che sono degli involtini buonissimi di foglie di vite ripieni di riso, ma non ho idea di come si facciano.
Ovviamente se siete danarosi e possedete un frullatore o addirittura un robot da cucina potete sfruttarlo durante la preparazione.
Se poi siete dei sofisti, frullate tutti gli ingredienti tranne i ceci e schiacciate questi ultimi con una forchetta, poi mescolate manualmente il tutto. Dice Collega Vegana che così viene più grumoso e dà maggiore soddisfazione.
E ora che mi è venuto appetito vado a dormire soddisfatta.
La città
Barcellona è una città molto bella e molto grande. Molto grande. In dieci giorni non ho mai capito dove stavamo andando.
"Dov'è il mare?" chiedeva, uso test, il Comansardante.
"Lì" dicevo io, puntando l'indice verso la collina.
"E la Rambla?"
"Laggiù" decisa, indicando la parte opposta.
Un giorno mi ha chiesto a sorpresa: "Dov'è l'America?"
Sono stata un paio di minuti a ricomporre un planisfero nella mia testolina (grande agitazione del criceto che la abita), poi ho indicato a caso un punto qualunque dell'orizzonte deplorando la difficoltà della domanda. Il Comansardante mi ha fatto notare che eravamo davanti al monumento a Colombo (vedi foto sotto)

che avrebbe potuto fornirmi un indizio.
I musei
Oh, ne abbiamo visti un sacco. Avevamo comprato la Barcelona Card - convinti che avremmo preso un sacco la metropolitana - e alla fine l'abbiamo sfruttata per avere tutti i servizi gratis che poteva darci.
Quindi, musei.
Quindi, nell'ordine esatto di visita:
Museo d'arte precolombiana: piccolo e carino. Se non avete l'ingresso gratis, sappiate che costa solo 3 euro. A me è piaciuto un sacco, specialmente la statua del gatto e quella dei due che trombano mentre lei allatta un bambino.
Museo di Storia della Città: pensavo fosse una noia estrema, invece no. Si scende fin nei sotterranei della città e si gira per le strade romane.
Museo d'arte contemporanea (MAC): l'edificio è bellissimo. Le opere esposte, francamente, boh.
Museo Picasso: dove si scopre che, nell'età in cui voi ed io scoprivamo la masturbazione, Picasso dipingeva già delle cose come questa:

che dal vivo fa davvero impressione.
Nota di colore nonchè momento eroico del Comansardante: egli sventa un tentativo di borseggio ai danni di un francese molto stupido (sessantenne con borsello e moglie a fiori). Il borseggiatore slavo la prende con filosofia anche se minaccia velatamente di morte la mia dolce metà. Il Comansardante, mentendo, dice allo slavo di essere fiorentino. "Firenze, conosco, ci lavoro" dice il borseggiatore (gesto esplicativo della mano). Lo slavo si allontana e il francese, che appunto è stupido e non ha capito niente, cordialmente lo saluta e lo ringrazia.
Monumento a Colombo:
Aperta parentesi - appena giunti a Barcellona coi trolley e tutto ci trasciniamo cercando la Rambla (sulla quale affaccia il cosiddetto albergo). Vedo un monumento cubista tutto colorato e mirò-forme, questo:

e sostengo col comansardante che si tratta del monumento a Colombo, facendomi così la prima figura di merda della vacanza - chiusa parentesi.
Siamo saliti in cima al vero monumento a Colombo - vedi prima foto - con il minuscolo ascensore, dentro il quale c'è un adesivo che, in linguaggio iconico ed esplicito, indica che è vietato scorreggiare (non trovo l'immagine ma potete immaginarvelo). "Non è proprio vietato, ma è sconsigliato", ci informa ridendo il giovane e poliglotta manovratore dell'ascensore (che fa il lavoro più noioso del mondo).
Museo Marittimo: un sacco di navi. La voce dell'audioguida italiana parla con uno spiccatissimo accento toscano. All'inizio della visita sto dieci minuti ferma davanti a ogni sestante e ascolto diligente, poi inizio a tirare dritto. L'audioguida comunque è fatta benissimo. Addirittura mi hanno spedito per mail i contenuti che preferivo (la ricetta di un cocktail e l'indirizzo di un simulatore di guida dei sottomarini online, per completezza).
Fondazione Mirò: deturpata da un gruppo di romani che trovavano esilarante ogni quadro, specialmente quelli nel cui titolo comparivano le parole donna e uccello contemporaneamente.
Museo Etnologico: bello era bello, ma era l'una, avevamo fame e arrivati al Marocco abbiamo mollato e siamo andati a cercare del cibo.
Casa Battlò: mi piacerebbe viverci, è incredibile sia fuori che dentro. Ci vivrei meglio se non fossi circondata da centinaia di persone che fotografano, col flash, pure la tazza del water.
Museo di Arti Decorative: avevamo l'ingresso gratis e dentro sembrava che facesse fresco. Il Museo della Ceramica era incluso ma non abbiamo avuto la forza: a Caltagirone, l'anno scorso, abbiamo visto tutta la ceramica che una persona può vedere in una vita media e ci è bastata.
Museo dell'Abbigliamento: la parte sulle sfilate di moda è decisamente divertente.
Si è fatta una certa, continuo domani (forse).