Oggi sul pianerottolo incrocio quel bel figaccione di Bobby, il nostro vicino nigeriano.
Mi saluta espansivo, poi, invece di chiedermi come sta Harold (che è la sola cosa che mi chiede mai, di come stiamo noi se ne fotte, ma è affezionato al micio da quando si è infilato in casa sua una sera e ha passato la notte sotto il suo letto a miagolare) mi chiede se è nostro il gatto basso.
Ehm, si, il gatto basso è nostro.
Capisco che la piccola Molly e il grosso Bobby non avranno lo stesso rapporto d'amore che il vicino ha instaurato con Harold. A quanto pare Molly passa buona parte della notte a camminargli sull'abbaino, salvo ogni tanto affacciarsi alla finestra e fissarlo. Lui si sveglia e vede gli occhi policromi e sgranati di lei, si inquieta e non riesce a dormire. Credo.
Da adesso i due gatti passeranno le notti a distruggere la mobilia domestica, anzichè raspare tegole. Prevedo insonnie e urla belluine che sveglieranno comunque Bobby e lo indurranno, sulla distanza, a cambiare casa o compiere un mollicidio.
Un palindromo - come anche le capre sanno - è una parola che si può leggere da sinistra a destra o da destra a sinistra. Ad esempio Anna, osso, accavallavacca.
Quelli bravi scrivono frasi palindromiche (o palindrome? mah), con lo stesso principio. Ad esempio amor a Roma.
In Bartezzaghi ho letto un palindromo che mi ha provocato un accesso convulso di risate, mi ha fatto andare di traverso il fumo e mi ha fatto cascare dal gradino dove ero seduta a farmi la pausa caffè:
O mordo tua nuora, o aro un autodromo.
Anche adesso, mentre la scrivo, sghignazzo contenta.
No, ma voi lo sapevate che esiste l'avestico? Sapevatelo!
E' una lingua tardo-iranica nella quale è stata scritta, appunto, l'Avesta, che è il testo sacro della religione zoroastristra.
Non ve ne frega un cazzo? Ma neppure a me. Solo che ho appena catalogato un libro in avestico e ci tenevo a dirvelo.
La piccolina fa frush frush! frush frush! con le zampette in giro per la casa. Siccome rompe un po' i coglioni, vado a vedere con cosa sta giochicchiando.
"Su, patatina, fai vedere a mamma cos'è quella robina lì..."
Una piuma di piccione.
Non voglio scoprire dov'è il resto.
Lunedì sera ho conosciuto un indiano. Arriva lì col solito mazzo di rose surgelate e io gli propongo il solito scambio: "Senti, io ti dò un euro ma niente rosa, ok?". Perché, detto fra noi, io sto male a vedere una rosa che mi agonizza in casa, ogni giorno più moscia e triste. Mi sembra di essere in ospedale.
Tutto un tira e molla di rose, alla fine piglio il fiore e lo ficco in mano a Minchiabbiblio, perché è il suo compleanno. Lui tutto contento perché a) è ubriaco come una vacca (sacra) e b) nessuno gli aveva mai regalato una rosa rosa. Che significa la rosa rosa?, mi chiede. Cazzo ne so, quella mi ha dato e quella ti tieni, gli rispondo.
Comunque io e l'indiano diventiamo immediatamente amiconi. Io sono persino sobria, e pure lui. Gli offro un sorso di cocaerum e dice di no, ma una sigaretta la accetta. Poi tira fuori il portafoglio e iniziamo lo scanning obbligato della parentela. Gli indiani e i pakistani sono fissati con la parentela. Per dire, il mio amico Younas ogni volta ci mette mezz'ora a chiedermi come stanno i miei.
"E come sta tua mamma?"
"Bene"
"E tuo papa?" (Younas non sa gli accenti)
"Benone"
"E tua sorella?"
"Alla grande"
"E marito di tua sorella?"
"Minchia!"
"E figli di tua sorella?"
"Non ne ha."
"Come non ne ha?"
"Eeeeh."
"Dio non vuole"
"Eeeeh"
"E mamma di Pois?"
"Bene"
Eccetera.
Fino alla terza generazione.
Il tipo estrae foto dal portafoglio.
"This is my mother"
"Ooooh"
"And this is my father"
"Ooooh"
"He is passed"
"Eh?"
"He is dead"
"Ooooh, I'm so sorry"
Poi tira fuori due fotuzze di due tizi barbuti.
Io: "Padrepio!"
Lui: "Those are my gurus"
Io: "Sono uguali a Padrepio, tutti e due"
Lui: "Shri Ramakrishna e Shri Krishnamurti"
Io (in loop): "Ooooh".
Poi il momento topico. Finita la siga, il tipo rinfodera l'album fotografico e saluta.
Io, facendo la figa: "Namaste".
Lui, tutto felice: "Namaste! Namaste! dove hai imparato namaste?"
Silenzio.
Tutti mi guardano.
Io: "In un libro sull'India".
Lui: "Ooooh. Namaste! Namaste!"
Ormai siamo tipo fratello e sorella.
Va via tutto felice.
Anime gemelle.
Non ho il coraggio di confessargli che l'ho imparato da Lost.
Ossia una sciarada a parti convenzionali.
Nata nella seconda metà del Settecento, il Bartezzaghi lui medesimo ci insegna che in questo tipo di sciarada le parole da indovinare venivano mascherate dai termini primiero (la prima parola), secondo (la seconda) e intiero o tutto (il risultato).
Un esempio facile giusto per capirci:
Col mio primiero bevi,
col mio secondo giochi,
l'intiero di palazzi
ne lasciò in piedi pochi.
La soluzione è bar / baro > barbaro.
E ora veniamo al giochino di stasera. E' stronzo, io ve lo dico.
(A proposito: ve lo dico, ve lo ridico, cosa dico?)
Chi è il primiero e il secondo sa il finale.
Era una vigna ben piantata il tutto,
ma il temporale ne ha guastato il frutto.
A chi indovina presto per una sera il cazzo a manovella da infilarsi ove più gli aggradi, dato che giace sottoutilizzato nell'armadio (e speriamo cha a nessuna improvvida genitrice venga mai in mente di mettere ordine lì in mia assenza).
Avrei voluto scrivere un bel post divertente che aveva come protagonisti un ragazzo alla fermata del tram, un tale che si era fatto una canna e un accendino con la scritta CCCP, ma mi manca l'ispirazione. La colpa è dei dannatissimi libri in sanscrito che mi sono trovata per le mani oggi e dei loro frontespizi insolubili.
Depressa, demotivata, incazzusa e stanca, ho rinunciato al post che continuavo ad abortire senza forma e ho ripreso in mano un libro che avevo abbandonato un po' lì da solo, "Lezioni di enigmistica" di Stefano Bartezzaghi.
E' un gran bel libro, soprattutto se la febbre dell'enigmistica vi ha contagiato. Il comansardante ed io siamo tornati dalle ferie con la scimmia pesante della settimana enigmistica: quante serate e quante cagate in sua compagnia. Io mi sto specializzando nelle parole crociate senza schema e nelle cornici concentriche, lui non se la cava male a unire i puntini.
Si inizia così, seduti sulla tazza a riflettere sul diciotto verticale, antica città della Palestina, otto lettere, e si finisce col voler creare di propria mano un cruciverba, una sciarada o una zeppa sillabica. E' un tunnel, non ci sono cazzi.
Bartezzaghi è un grande insegnante. Prende per mano il lettore e lo porta in quell'officina sotterranea dove le parole vengono tagliate, sagomate, smembrate e fuse, incastrate, cesellate e deformate per uscirne fuori sotto forma di perfette trappole linguistiche. Insegna i trucchi, svela i segreti, propone esercizi ed è anche divertente.
Leggendo il capitolo sugli indovinelli ne ho trovato uno che mi ha fatto scompisciare e ve lo trascrivo.
Senza soluzione, perché sotto sotto sono stronza.
Figliola, sono in ansia per il tuo fidanzato.
L'ho visto stamattina in un caffè
e l'ho rivisto, bianco ed accaldato,
oggi verso le cinque insieme a te;
infin l'ho scorto che girava in macchina
molto sbattuto, e in grande agitazione:
sarà finito forse in un burrone?
Mi sono appena tagliata un dito sfogliando uno stupidissimo libro che uno stupidissimo autore ha deciso di scrivere su qualche stupidissima divinità trombajuola.
Secondo voi esistono gli estremi per chiedere una pensione di invalidità?
Finalmente ho trovato il nome per mio figlio, se mai ne avrò uno:
Mahāmahopādhyāya Pandit Gaṅgānātha Jha.
Bello, neh?
Da quando ho scoperto che esiste una casa editrice che si chiama
Prācyavidyāsaṃśodhanālayah
voglio scrivere un libro e farmelo pubblicare da loro.
Vipera entra nell'aula con passo severo. Si ferma di fronte alla scrivania, abbassa il microfono alla sua altezza e si schiarisce un paio di volte la voce, un po' perché ha appena fumato un po' per vedere se l'ambaradan è acceso. Una dozzina di persone, sedute senza ordine sulle seggiole di plastica, alzano gli occhi dai notes su cui scarabocchiavano. Quelli che stavano parlottando tacciono, o abbassano la voce a un bisbiglio. Uno guarda l'orologio.
- Bene, signore, signori.
Si fa silenzio. Quasi tutte le penne si alzano.
- Ho finito oggi di leggere "L'opera galleggiante", di John Barth, la cui lettura mi fu consigliata da Pois in persona.
Un vago mormorio di assenso nella stanza.
- Ecco le mie conclusioni.
Le penne a sfera si avvicinano ai fogli. Uno ha il palmare e ticchetta qualcosa.
- Questo libro, prendete appunti, è bellissimo, e Pois è un figo.
Silenzio.
- Ho finito. Potete andare.
Silenzio.
- No, sul serio, andate pure.
Quello che prima guardava l'orologio si alza subito. Gli altri restano seduti. Alcuni si scambiano sguardi.
- Ma...tutto qui? - dice una donna in terza fila, ad alta voce.
- Be', si. Leggetevelo, no?
Tutti si alzano scocciati borbottando "...che perdita di tempo...", "...post inutile...", "...che legge i libri e poi non li sa neanche raccontare...".
...no, davvero, non sono capace a raccontarvelo. Ci ho provato tre volte di fila e niente, scrivo solo cazzate.
Leggetevelo, e poi mi dite.
Il comansardante, uomo di infinite virtù, mi ha consigliato la lettura tranviaria di un libro che non avevo mai notato nel magma libresco di casa nostra. Si intitola "L'opera galleggiante", fu pubblicato nel 1956 ed è l'opera prima di John Barth, uno scrittore che, a quanto leggo, in America ha un gran numero di ammiratori ma qui non sembra un gran che conosciuto. Non per niente lo pubblica la Minimum Fax, la stessa casa editrice di Barthelme. Forse anche per questo l'ho snobbato per mesi: Barthelme non mi dice un granché e pensavo che Barth fosse più o meno uguale. Forse li confondevo proprio, barth, barth-elme, quasi uguale.
Senonchè, dicevo, non avevo nulla da leggere, ieri, e il comansardante me lo ha consigliato. Sono solo a pagina 143 su 329, e deve ancora succedere parecchio, ma me ne sono staccata un po' a fatica per riportarvi questo passaggio nel quale mi identifico totalmente.
"Una cosa è assentire intellettualmente alla proposizione che l'uomo è una specie animale; e un'altra del tutto diversa è rendersi conto, completamente e in modo duraturo, della propria animalità, al punto da non poter mai più contrapporre i termini uomo e animale, nemmeno nelle conversazioni più informali; da non poter mai più considerare gli altri esseri umani se non come fauna più o meno intelligente, più o meno sana, più o meno pericolosa, più o meno capace: da non poter mai più considerare le loro conquiste se non come giochetti di bestie più o meno ben addestrate."
Ciao, torno a leggere.
Ora ditemi voi se io devo catalogare libri che si intitolano Cidambaramahatmya.
Col sottotitolo in tedesco e nemmeno un disegnino della dea Kali che si trastulla sessualmente con l'indiano lungocrinito di turno.
Bah.
Belli questi libri indiani. Pieni di illustrazioni di divinità che trombano.
Un po' come se noi avessimo il Catechismo dei Fanciulli con la Madonna in copertina che fa una pompa a San Giuseppe.
n° 1, s'è fatta la festa di compleanno a Bibliotelepata. La serata, siore e siori, era itinerante. Da casa di Bibliotopa, dopo pizza e libagioni abbondanti e varie, una fila di giochini enigmistici portava la festeggiata al regalo uno e alla casa due. Poi nella casa due analoghi giochini la portavano dal secondo regalo alla terza casa, e nella terza casa all'ultimo regalo. Per la serie non abbiamo proprio niente da fare.
Degna di nota la torta, che ho fatto con le mie mani e faceva schifo.
Bibliotopa venerdì: Se fai tu la torta compro il dolce di riserva, ah ah ah.
Profetica.
n* 2, sempre in aria compleannesca, ieri mi è arrivato il regalo di compleanno dalla parte maschile della combriccola. In ritardo, ma ne valeva la pena Spacchettato in innocenza al tavolo della birreria, il grazioso presente si è rivelato un cazzo a manovella. Ossia, spiego, un fallo di gomma, nero, di dimensioni equine, che ha come rilevantissimo benefit aggiuntivo una manovellina tipo macinapepe, sul fondo, che serve a muovere circolarmente la ben sagomata cappella. Per farli star male ho detto ai donatori che il comansardante inizia dove quello finisce. Il comansardante non ha smentito.
Comunque se mi vedrete connessa di meno sapete perché.
n° 3, frammento di discorso fra due anziane suore davanti alla Maria Ausiliatrice.
Vecchia suora A: "...e si sono accordati per telefono"
Vecchia suora B: "Che palle!"
Decadenza del clero.