Absalonis Sprinckirsbacensis. Bel nome (sto ancora catalogando la patrologia, si).
Mattina: ho deciso, a torto, che era tornato l'inverno, e sono uscita bardata di gonna lunga ancorchè svolazzante, collant neri spessi antistupro con cavallo ribassato uso calzamaglia delle elementari, e soprattutto stivalazzi, finta-pelle nera, col tacco alto.
Oggi pomeriggio: festicciola all'aperto per i ragazzini a cui insegno l'italiano. Terrazza piatta in cemento, sole a picco.
Stasera: disinfestazione del condominio dai vapori molesti prodotti dai miei piedi quando ho estratto i miei piedi da quella guaina di plastica puteolente. Avrebbero potuto entrare nel cast di Ghostbuster: verdi ed espressivi.
Devo rivedere il guardaroba.
Sono scappata dalla biblioteca. Ho finito distrattamente i volumi sul tavolo, guardando a intervalli la posta, il mio blog, i blog altrui, repubblica on line, un sito che non c'entrava niente, poi mi sono alzata con l'idea "esco fuori, mi fumo una sigaretta, vado a cercare qualcuno che mi aiuti e riempio il carrellino", e invece ho spento il pc e sono uscita.
Ho uno scazzo cosmico che mi sale dalla punta dei piedi alla punta dei capelli, e infatti i capelli stanno peggio del solito e le estremità si aggirano goffe e svogliate rispondendo solo in parte ai miei ordini.
Mi dà fastidio la gente. Mica qualcuno, tutti. Mi danno fastidio gli studenti fuori dall'università, i docenti con la barba e gli occhiali e la pancia, i passanti. Ho iniziato a camminare per via Po con l'idea di tornare a piedi, ma prima della fine della strada ero già stufa, troppo casino, troppe facce scontente, gente che parla da sola, gente che cammina con lo sguardo perso e le spalle ingobbite. Anche io cammino con lo sguardo perso e le spalle ingobbite?
Lascio passare tre tram: troppo pieni, non voglio infilarmi in quella massa adiposa irta di gomiti, zaini e borsette.
Al supermercato compro tre moretti. Il cassiere ha lo sguardo perso nel vuoto. Gli squilla il telefono mentre mi batte lo scontrino. Mi dà il resto senza guardarmi, tutto preso dalla telefonata.
Sono a casa.
Ho la testa pesante e vuota. Il vuoto pesa, evidentemente.
Di ritorno dalla pausa pranzo, una ragazza per strada mi ferma, mi chiama per nome, ti ricordi di me, il liceo, eccetera, ma certo che mi ricordo. Rimaniamo in piedi a parlare per una decina di minuti, mentre la folla degli studenti ci sciama intorno. Scopro così che ha fatto legge, che lavora come, boh, assistente? praticante?, non lo so, in uno studio legale, che viene a mangiare a Palazzo nuovo perché un pezzo di pizza in zona Gran Madre costa di più. Scopre di me che no, non ho fatto lettere, ma psicologia, no, non l'ho finita, si, faccio la bibliotecaria, ma guarda, proprio alla biblioteca di legge. Constatiamo in coro che, già, trovare lavoro è proprio un problema, che ai concorsi passano solo i raccomandati, che è un mondo di merda, che non ci sono più le mezze stagioni, ah signora mia, che vita, che tempi.
Ci salutiamo augurandoci di rivederci quanto prima, tanto siamo tutte e due lì, e imbocchiamo due direzioni diverse.
Non ho idea di chi diavolo fosse.
Sto catalogando un corso completo di patrologia, a cura di certo Migne.
Tutta roba in latino. Lo so, mi state invidiando parecchio.
Immagino che la lettura di questa roba sia molto appassionante, almeno quanto una colonscopia. Fortuna che io non devo leggere quello che catalogo.
A me piacciono i nomi che trovo nei titoli. Ve li riporto in tempo reale, declinati così come sono.
Walafridi Strabi
Angelomi Luxoviensis
Haymonis Halberstatensis
Paschasii Radberti
Ratramni Corbeiensis
Hincmari Rhemensis
Isidori Mercatoris
Notkeri Balbuli
Germani Antissiodorensis
Reginonis Prumiensis
Hucbaldi Elnonensis
Wiboldi Cameracensis
Brunonis Coloniensis
Flodoardi Remensis
Ratherii Veronensis
Hrotsuithae Gandersheimensis
Ci fosse un futuro genitore indeciso sul nome del nascituro è autorizzato a servirsi liberamente, cogliere spunti e suggerimenti. Io propenderei per Ratramni, che garantirebbe alla creatura un futuro come personaggio di un manga. Se poi venisse alla luce una bimba, Hrotsuithae mi sembra il nome adatto. Gentile, femminile, facile da ricordare, abbreviabile in Hrot, che è un suono facile da fare quando hai il catarro.
Stasera, Comansardante mi lancia uno sguardo obliquo: - Ma stai rileggendo Piccole Donne?
Io, vergognandomi del mio rigurgito d'infanzia e nascondendo la lacrimuccia che inumidisce il ciglio (Amy è appena caduta nel fiume): - Si, è protofemminista, sai?
Comansardante mi guarda senza proferire verbo.
Io: - Parecchio proto.
Comunque.
Una fa tanto la sborona sui suoi venerdì sera tutti alcol e droga e sbocchi sui muri, e vaffanculo, stasera pizza orribile e poi tutti a nanna a mezzanotte. Persino il Comansardante che se non fa le cinque non è lui. Ogni sera, mica solo il venerdì.
Ma non preoccupatevi, io sto qui e veglio su di voi finchè non siete tornati tutti a casa. Tanto domani non ho neanche il pranzo in famiglia
Graziaddio è venerdì.
Graziaddio è primavera.
La primavera mi provoca una serie di scompensi: ormoni in palla, sonno perpetuo fuorché la sera, fancazzismo estremo, dolori muscolari, capelli strani, perché no eritemi (non me ne sono mai venuti, ma chi può dirlo). Ho battezzato questa sindrome primaverafobia, un neologismo che mi riempie di giusto orgoglio.
Nonostante questo, la primavera ha dei lati positivi, per esempio che finalmente c'è il sole, che gli alberi mettono le foglie, la natura si risveglia e ricominciano i lavori agricoli.
E quindi i miei se ne vanno in montagna a zappare, piantare, annaffiare e guardare amorosamente le loro verdure in un orto ogni anno più piccolo ma sempre rigorosamente ordinato (mio padre traccia le linee del seminato col cordino, mia madre spazza i vialetti con la scopa di rami). E quindi io - arrivo al punto - al sabato sono libera dal pranzo-con-i-miei e posso ronfare fino a ore indecenti. Il pranzo del sabato è un obbligo al quale mi sottraggo raramente, pagando queste rare defezioni con telefonate lacrimose per tutta la settimana.
Il pranzo del sabato tipico si svolge così:
Figlia degenere che vive nel peccato, il venerdì sera, annuncia a madre apprensiva che il giorno dopo andrà a mangiare nella casa natìa. Madre apprensiva dice: "Allora ci vediamo a mezzogiorno". Figlia dice si, mentendo spudoratamente. Dopodichè va a sbronzarsi in qualche circolo Arci con la moquette di mozziconi e vomito, contribuendo ad alzare il livello della serata con le sue cadute clamorose dal quarto cuba in poi.
Tornata a casa all'alba, figlia capotta sul letto di faccia, riuscendo con un occhio aperto e una mano tremante a programmare la sveglia sul cellulare per le nove, prima di svenire.
Alle nove la sveglia suona. Figlia spegne l'ordigno senza muovere la testa attaccata precariamente al collo, mentre l'alcol nel suo stomaco si agita tutto insieme. Si riaddormenta immediatamente a bocca aperta, col cellulare sulla pancia. Magari si rigirerà nel sonno, e chiamerà inavvertitamente l'Australia.
Figlia riprende bruscamente coscienza alle undici, scatta a sedere sul letto, dice la prima parolaccia della giornata e rotola verso la cucina lamentandosi. (Il comansardante dorme come un sasso, questo è un dramma privato)
Figlia si fa un thè doppio, una doppia doccia, e ci mette il doppio del tempo per fare qualunque cosa.
Le telefonate ansiose della madre prima, del padre poi, iniziano verso l'una meno un quarto, quando ha appena preso il primo dei due tram che la porteranno, in circa tre quarti d'ora, alla tavola imbandita. Mente sapendo di mentire: "Sto aspettando l'uno da mezz'ora, deve aver avuto un incidente", "Il tranviere è svenuto alla guida", "Abbiamo deragliato", "Il dieci è stato dirottato a Leinì, le forze dell'ordine trattano coi terroristi".
Arriva verso l'una e mezza, con l'emicrania e gli occhi che si chiudono. Saluta sua madre con un ruttino. Rifiuta il vino che suo padre cerca di versargli dal pintone. Non potendo dirgli che al momento la sua struttura corporea è costituita per il 70% da superalcolici e per il 30% da aria ingerita via cannuccia, accampa scuse salutistiche. Mangia la pasta scotta nel tentativo di ripristinare uno strato solido nel suo stomaco, che al momento è indistinguibile dalla vescica. Dopo pranzo beve il caffè annacquato modello famigliare, poi se ne prepara lei un secondo, comprimendo la polvere tipo mortaio, e si scola tutta la caffettiera.
Per tutto il tempo, madre apprensiva le dice che la vede stanca e ipotizza superlavoro. Figlia annuisce. In realtà sta dormendo, e la testa le dondola a caso.
Uffa. Amici, lettori, sconosciuti che passate di qua, sospetto di essere diventata meteropatica. Metereopatica. Me-te-o-ro-pa-ti-ca! Oh, l'ho detto.
Piove da giorni, un tempo novembrino da brividi, cielo grigio, pozzanghere e fango. Il mio parco-calzature invernale è in stato di profonda consunzione, suole crepate, tomaie che si scollano, talloni scuciti, e così ogni giorno torno a casa con le calze zuppe. Anche il mio parco-ombrelli è tutto un groviglio di manici rotti e stecche denudate dalla stoffa che sbucano pronte ad accecare i passanti, per cui oltre alle calze zuppe ho di solito anche la testa fradicia. I miei capelli, in compenso, stanno assumendo giorno dopo giorno la consistenza e l'aspetto di un gomitolo di lana gettato nell'acqua bollente. Sembro una pecora infeltrita.
Sospetto di covare un raffreddore che esploderà a momenti. Probabilmente, appena il clima tornerà primaverile e tutti organizzeranno gite nei campi a cogliere fiori e chiacchierare con gli scoiattoli, io sarò invasa dal virus potentissimo che, lo sento, mi sta incubando dentro come un cucciolo di alien. Avrò febbre, allucinazioni e gli starnuti mi faranno crollare il soffitto in testa.
A proposito del soffitto, ovviamente con la pioggia ha ricominciato a gocciolare. E' di nuovo tutto un gran daffare con le bacinelle e le pentole.
Continuo a ripensare al viaggio in Spagna, due secoli fa. Se chiudo gli occhi vedo Siviglia col cielo terso e i patii solatii, ii, vedo Granada con l'Alhambra dorata dal sole, vedo il lungomare di Cadice tutto fatto di vento e di azzurro. Marbella la oscuro, perché faceva cagare.
Riapro gli occhi e vedo Torino che gronda fango e melma. Volevo scrivere merda anzichè melma, ma come potete notare ho avuto il buon gusto di censurarmi.
Ovviamente il mio malumore trapela e va a sgocciolare (mioddio che post liquido) su tutti quanti. Sulle studentesse in fila alla macchinetta del caffè, brutte fighette che ci mettono ore a prendere il bicchierino perché devono aggiustarsi i capelli parlando dell'esame di diritto. Sulla mia collega noiosa con la faccia da pecora apatica che cataloga più in fretta di me. Su Amica (?) Sposata che mi ammorba con una telefonata di mezz'ora parlandomi di quella vacca di sua sorella.
Persino sul comansardante che stasera era tutto gentile e ho fatto irritare apposta, giusto per poi potergli dare dello stronzo.
Madonna che merda che sono.
Ah, già, ovviamente oggi mi sono arrivate. Come in Io e Annie, questo può spiegare tutto.
Tipo che, per esempio, sono andata al salone del libro con la mia amata Alkina e la mia amata Bibliobastarda telepata (lei non ha il link perché non blogga) e abbiamo visto Buttiglione e uno che credevamo fosse Ruini e invece era Poletto, e sono proprio brutti, anche fuori.
Tipo che, per dire, Alkina mi ha chiesto: "Ma da dove ti vegono tutte quelle tette?" e adesso ogni tanto mi guardo orgogliosa nella maglietta (di tre taglie più grossa e con la scritta "Oh shit!", ma la porto in casa) e, si, sono proprio due!
Tipo che, fra l'altro, oggi sono andata in un mega centro commerciale con tutte le bibliobastarde e ho speso una cifra immonda in saponi, candele viola e wok ikea (in saponi, a dirla tutta) e poi abbiamo mangiato cinese a casa e ci sentivamo delle cozze perché eravamo distrutte dalle compere e abbiamo parlato tutto il tempo di sesso, e neanche un po' di catalogazione. E' sabato.
Tipo che, infine, stanotte ho sognato che incontravo la profe a casa di una mia amica (una Mole Antonelliana in miniatura in mezzo a un prato verde) e lei era piccina carina e simpatica e c'era anche il suo fidanzato, un gran pezzo d'uomo. Poi veniva fuori che aveva l'amante e scoppiava un casino, e io mi sentivo pure in colpa. Oh, Profe, scusa se ti incasino la vita in sogno.
Tipo che sono, m' han detto*, le quattro del mattino, e (per la prima volta nella serata) non ho sonno.
*copyright delle bibliobastarde. Voi non potete capire, ignavi e ignoranti quali siete.
Se esco e entro 6 volte arrivo a quindicimila accessi.
Hum...(riflessione insonne).
No, dai, che altrimenti devo offrire da bere.
Dite la verità, dal titolo vi aspettavate una cosa hard, eh?
Non sono una grande cuoca, per cui non incazzatevi se non vi invito a cena: lo faccio per il vostro bene.
Comunque stasera è un'occasione speciale: il comansardante è reduce dalla sua prima giornata di lavoro, e quindi torno a casa dalla biblioteca con l'idea di fargli trovare, rincasando, la tavola apparecchiata e la cena pronta.
Il menu, con le mie capacità culinarie limitate, si compone di un antipasto e un primo:
antipasto: attraenti rotolini di piadina all'olio d'oliva (nelle altre c'è lo strutto e io lo strutto non lo mangio) con doppia farcitura, melanzane e scamorza quelli per entrambi, prosciutto e fontina d'aosta quelli tutti suoi;
primo: farfalle con sugo di pomodoro e peperoni.
Metto su l'acqua col fuoco basso basso e le verdure affettate in una pirofila leggermente unta vanno a cuocersi in formo. Affetto i formaggi e mi balena l'idea di fare anche qualche rotolino allo chèvre e pomodoro, così lavo il pomodoro e sbriciolo lo chèvre.
Suona il telefono: mia mamma. Mi intrattiene per dieci minuti con tutte le possibili varianti della frase: "Novità? Nessuna? Neanche qui".
Controllo le verdure, tutto bene, l'acqua nemmeno sobbolle, mi metto a preparare il sugo. Mentre la cipolla sfrigola suona di nuovo il telefono: la mamma del comansardante.
"Sono rimasta a piedi a Savona!" mi urla nell'orecchio. "COOOOOSA?" gemo io. "No, scherzavo", ridacchia lei tutta contenta.
La cipolla è bruciata.
Cipolla due, stavolta non la perdo di vista un attimo, e intanto metto sul fuoco una padella vuota per la piadina.
Sono così intenta a fissare la cipolla che mi dimentico delle verdure. Quando mi ricordo di loro sono buone per farci i disegni a carboncino. Ne butto via una parte e affetto i peperoni residui. Li butto nel pentolino con la cipolla e mi accorgo che non riesco ad aprire il barattolo del sugo.
Mi ricordo in quel momento dei consigli di vita della mamma e, ringalluzzita, immergo il barattolo nell'acqua della pasta. Mentre lo estraggo mi rendo conto che a) il barattolo non è pulito e b) in quell'acqua ci devo cucinare. Il barattolo si apre. Lo rovescio nel pentolino e si svuota per intero con un sonoro plop! Ottimo, adesso abbiamo il sugo per una settimana.
Metto la piadina a grigliare e intanto cambio l'acqua. Mi scotto e inzuppo due presine.
Bestemmio.
Il gatto salta sul tavolo e inizia a spandere peli sulla verdura. Lo sbatto sul tetto.
La piadina, intanto, è diventata dura come un frisbee.
La farcisco, la arrotolo e si sbriciola come un papiro egiziano. Vabbe', ficco i ritolozzi nel forno spento e spero che per una virtù intima del calore si ricompattino da soli.
Mi accordo che non ci ho messo lo chevre. Lo butto nel sugo della pasta, male non farà.
Apparecchio la tavola.
Lavo i piatti che ho sporcato.
Suona il telefono.
"Tesoro, butto giù la pasta?"
"Ascolta, c'è un piccolo cambiamento di programma, sono in un pub coi colleghi perché dobbiamo rivedere delle cose, mangio un panino qui, non mi aspettare"
Adesso, con Milton Nascimento in cuffia e dopo un paio di sigarette, mi ricordo che ho ancora la piadina in formo.
Da domani, sofficini.